Era una notte come un'altra per Saverio. Andava avanti e indietro per il Museo e non aveva sonno. Camminava ancora con la testa bassa, come il primo giorno ed aveva paura. Una stronzata. Glielo avevano chiesto milioni di volte e lui aveva sempre risposto di no. Quasi a sfatare l'antica maledizione di Tutankhamon, però era così: aveva paura. Aveva paura che non succedesse nulla in quella vita un po' grigia che passava dietro le vetrine del Museo Egizio, osservato da quei mostri incartapecoriti mentre camminava su e giù nella sua ronda notturna. Le statue erano quelle che facevano più paura perchè quelle non avevano mai avuto niente di umano e mai e poi mai avrebbero potuto muovere uno di quegli enormi piedoni dalle caviglie di elefante per schiacciare la sua insignificante esistenza. Tutto quello che riusciva a ricordare di quella, come delle cinquemila giornate passate lì dentro, durante i turni di giorno, erano migliaia di facce, tutte uguali e diverse, che passavano da una sala all'altra, accompagnate e non, felici e non, bambine e non. I visi delle donne che si mischiavano, ricordi confusi di quella che era passata di lì, di quella che s'era fermata un attimo e di quella che era rimasta tutto il giorno. E poi i frammenti dei discorsi delle guide, sempre uguali e tuttavia centinaia di variazioni sul tema, di angoli in cui si raduna la gente e di fiumi di turisti che escono vociando in lingue sconosciute. I colleghi non si vedono proprio. C'è un ordine, secondo il quale quando entro io un altro esce dalla stessa sala e basta un velocissimo sguardo per capirsi. Gli altri colleghi, le guide che passano ogni dieci minuti, sorridono, fanno un gesto e con gli occhi esprimono che non ne possono più. Ed è sempre lo stesso gesto e sempre la stessa espressione sulla faccia di decine di giovani impertinenti che credono tu sia al loro servizio e a quello della "conoscenza". Ma quanto sono giovani ed insulsi! Domenica mi sono piazzato davanti alla statua grande, nella sala a piano terra e volevo a tutti i costi ricordare una, almeno una, battuta di quei giovani studiosi o di quei signori supponenti che parlano davanti alle loro scolaresche.. lo feci invano e tutto continuò ancora a fluire, a scorrere. Ho pensato che vi fosse una sorta di maledizione qui dentro ed è per questo che sto scrivendo: sono sicuro che quelle statue, piano piano, esauriscono la mia vita e le tolgono forza, volontà. Tutti i custodi hanno radi i capelli e l'espressione vuota degli occhi, come se le pupille si affossassero sempre più nelle mortifere orbite, mentre le nocche delle mani spingono per uscire dalla pella diafana che si tende e si rompe, diventano croccante come carta di riso.
Forse si crede che questo giro notturno nel Museo sia spaventoso perchè viene fatto al buio con una flebile luce nella mano tremante e le ombre che si allungano sul pavimento dello statuario. Niente di tutto questo: la ronda notturna è in piena luce e si fa soltanto a scadenza oraria, talvolta non si fa neppure. Io la faccio sempre. Per sgranchirmi le gambe. Non riesco a stare tutto il tempo davanti ai monitor oppure davanti al piccolo schermo della tivvù in bianco e nero che abbiamo nella stanza dedicata a noi. Magari con quell'idiota di Massimo che non smette un attimo di parlare. Io sto bene in silenzio, a parlare con me stesso e con le mummie. Che non mi fanno per nulla paura, anzi. Si muovessero, si alzassero tutte per proclamare che è tornata l'età dell'oro. Se solo Osiri o Cristo o qualsiasi feticcio di questo posto, ritornasse e si mostrasse a tutti. A me per primo.
Un'altra notte. Piove. Di fianco all'ala nord del Museo, c'è una piazzetta, tranquilla e sempre deserta. Non è però desolata è deserta, vuota. Non dà emozioni neppure di notte, se non quella di avere delle pareti che sono ovunque opere d'arte; paura no. Il pavimento in cubetti di porfido, sembra una pelle lucida e fresca, lavata dall'acqua che le scorre gentilmente sopra, rendendola trasparente, riflettendo il palazzo di mattoni, ora neri, e dalle poche luci che illuminano lì un altro Museo. Con un altro costode e altri cimeli che aspettano di svegliarsi e che tuttavia non lo faranno mai. Sto alla enorme finestra a guardare questo immenso fenomeno che è la felice pioggia notturna, sporgendomi sul davanzale per poter vedere giù, ai bordi della piazza, dove non vedo nessuno. Nella lontananza si possono scorgere le sagome, anch'esse nere, delle statue della piazza del castello e le bandiere che seguono le onde del vento.
