La mattina dopo, Saverio era già sveglio all'alba e guardava fuori dalla finestra del grande palazzo. Ascoltava le gocce che passavano a pochi millimetri dal suo volto, schiacciato contro i vetri, come faceva quando era bambino. La parte interna della finestra era fresca e umida, come se l'acqua potesse filtrare attraverso quella solida ma diafana parete.
Il fresco passava attraverso la pelle tesa della guancia di Saverio. Ogni tanto, quando era un po' intontito dalla notte bianca, si trovava a non pensare a nulla, osservando il vuoto davanti a sè e lasciando scorrere i rumori che sentiva, le voci, il veloce passaggio di qualche macchina. Era tutto come se lo sentisse un cane o un gatto: perfetto, pieno di dettagli, di note alte e basse, di toni urlati o in sordina, ma tutto soltanto fatto di suono indistinto, primordiale. Saverio sentiva le parole, piuttosto le emissioni sonore e gli inevitabili effetti collaterali rumorosi delle attività umane da "fuori", come per non riconoscerle, come se fosse uno di quei coccodrilli imbalsamati che riposano nella sesta sala del Museo.
Di lì a poco passò il primo tram nella via che attraversava l'aria proprio da sotto la finestra; sembrava fosse il segnale del risveglio... Saverio rientrò nella saletta dei custodi perchè sentì gorgogliare la caffettiera e lasciò venire su l'ultimo goccio. Si sedette e lentamente iniziò ad accostare le labbra alla tazzina fumante. Da fuori si fece sentire una raffica di vento e pioggia, mentre il custode del piano di sotto spingeva a fatica l'enorme portone. Potevano essere le otto.
Saverio aveva una divisa nell'armadietto. Un tempo quella era proprio l'ora in cui ci si vestiva e si prendeva posto per presidiare le sale, ma in quei giorni anche la tenuta in borghese andava bene, I giovani erano in subbuglio, manifestavano tutti i giorni, le star si spogliavano, le donne si separavano dai mariti e i ragazzi non si tagliavano più i capelli: non c'era ragione perchè un custode dovesse continuare a mettere il cappello con la visiera. La collega Maria Pia, di solito, a quell'ora, porrtava il giornale piegato e lo distendeva per metà sul tavolo della saletta, prendeva la foratrice e poi spariva, piazzandosi dietro la porta in attesa dei primi visitatori. Saverio leggeva a sbafo e non capiva bene nulla; leggeva attentamente la cronaca cittadina e non capiva perchè ci fosse una cronaca cittadina, visto che non succedeva mai niente, o meglio, succedevano sempre le stesse cose. Saverio chiudeva il giornale ripiegandolo lentamente, scendeva le scale, guardava l'orologio e si piazzava davanti all'ingresso, senza dire una parola a nessuno. Faceva spesso un piccolo cenno di saluto, ma solo un cenno.
L'aria che penetrava nell'ampia hall era gelida e bagnata e il vento, ogni tanto, schizzava l'acqua anche all'interno dell'androne. Molte mattine non entrava proprio nessuno. I custodi spesso ne parlavano, affermando la propria incomprensione per un'apertura così mattutina, secondo le regole del Ministero, quando poi non vi era nessun visitatore se non verso le undici o mezzogiorno. Ma poi tutto finiva lì. Tutti pensavano che il museo non fosse lì per far soldi, tutti lo ritenevano un grande "servizio"; forse perchè i resti conservati lì erano un bene comune, forse dicevano, è piuttosto un dovere che un'abitudine quello di tenere aperto un posto vuoto, che costa e non fa guadagnare. Le menti si elevavano di tanto in tanto in questi discorsi filosofici, ma poi tornavano sempre in basso a parlare dei vari Pulici e Tardelli.
Una mattina, non era ancora entrata anima viva e, in biglietteria la signora Margherita che stava dietro il banco, sedeva con il lavoro a maglia fra le mani. Saverio si sporgeva a guardare la pioggia e si rese conto che quelle lente gocce portavano un pesante fardello, sempre più asciutto, di neve. Era novembre inoltrato e qualcuno diceva che la neve era necessaria perchè lavava l'atmosfera da tutte le schifezze dell'inquinamento; Saverio era felice perchè i fiocchi cadevano sulle sue guancie e si scioglievano, piccoli rivoli d'acqua percorrevano sempre più velocemente il suo viso come lacrime dolci.
Ma tutti erano "nella neve", impastoiati e bloccati ma sempre pronti all'azione. Il Museo era un meccanismo perfetto, pronto a scattare ma di quei meccanismi nel cui scatto non crede più nessuno.


